♣ TEMPLATE IN ALLESTIMENTO... stay tuned ♣

23.9.11

"Lo squalo non è assassino" E scrive un libro per salvarlo

La giornalista del Washington Post Juliet Eilperin ha scritto "Demon Fish", frutto di due anni trascorsi osservando i pescescani e chi li caccia e li studia. Il risultato è un inedita opera sul rapporto di amore e odio tra noi e l'animale. Tra leggende e paure infondate di SARA FICOCELLI

"Lo squalo non è assassino" E scrive un libro per salvarlo

A INAUGURARE il filone è stato, lo sappiamo, Stephen Spielberg. Dal suo squalo assassino del1975 ad oggi, Hollywood ha sfornato circa una trentina di film con protagonista il pescecane, quasi sempre dipinto come uno scaltro e insaziabile divoratore di uomini. E pensare che noi a questo pesce quasi non interessiamo (solo il 6% delle specie è pericoloso) e che la sua intelligenza è rimasta ferma a 400 milioni di anni fa, quando comparvero i suoi primi antenati. Per dissipare i luoghi comuni intorno allo squalo non basterebbero altri 30 film ma in mancanza di soldi la giornalista del Washington Post Juliet Eilperin 1 ha scritto un libro, "Demon Fish", frutto di due anni trascorsi osservando gli animali e tutto quell'esercito di persone che dalla Papua Nuova Guinea alla Florida si impegna a cacciarli, allevarli e studiarli.

Il risultato è il primo reportage sul rapporto di amore e odio tra noi e il "signore dei mari", un legame che Hemingway immortalò nel suo "Il vecchio e il mare" e che oggi l'uomo insanguina con lo "shark finning", pratica che ogni anno uccide oltre 73 milioni di squali, privati della pinna e ributtati in mare agonizzanti. Cina, Giappone, Canada e Stati Uniti tra i Paesi più affezionati a questo tipo di caccia. All'origine di tanta crudeltà, spiega la giornalista, una futile motivazione: in Cina la zuppa di pinna simboleggia la buona reputazione della famiglia ospitante, per questo non manca

mai nel menu di matrimoni e feste varie. "Tutto simbolo, niente sostanza", scrive la Eilperin, sottolineando come la fibra della cartilagine sia insapore e non aggiunga niente al gusto della portata, se non a livello psicologico. Un "raggiro", continua la reporter, che contribuisce a decimare la specie, già provata da cambiamenti climatici, inquinamento e pesca selvaggia. "Un chilo di pinne vale più o meno 500 euro - spiega Primo Micarelli, responsabile del Centro Studi Squali dell'Aquarium Mondo Marino di Massa Marittima - e per raggiungere tale quantità bisogna uccidere parecchi squali. In Italia questa pratica non è ammessa ma siamo tra i Paesi al mondo che consumano più pescecane in assoluto, soprattutto inconsapevolmente, dato che non sempre viene indicato chiaramente che si tratta di carne di squalo. Verdesca, palombo, vitella di mare, persino il "fish" impanato del fast-food: supermercati e locali ne sono pieni. E' una carne economica, interessante per il mercato".

Il problema è che questi animali raggiungono la maturità sessuale tardi, in media a 12 anni di età, e spesso vengono uccisi prima della riproduzione. In due secoli circa il 97% degli squali oceanici è scomparso, un danno evidente per l'ambiente e per noi, vista l'importanza di questi "top predators" per l'equilibrio dell'ecosistema. In alcuni Paesi vengono uccisi a mani nude (a Hong Kong i pescatori attirano i clienti chiedendo "Are you man enough to catch a shark?", "Sei abbastanza forte da uccidere uno squalo?") e in altri usati per attirare i turisti (la giornalista è andata anche a vedere gli squali bianchi in Sud Africa, immergendosi con loro in una gabbia di metallo). Una scoperta, lo "shark tourism", che lascia ben sperare per il futuro, dato che proprio in Sud Africa hanno calcolato che uno squalo vivo frutta circa 2500 dollari al giorno, e che quindi più che ammazzarli conviene proteggerli.

"Il mondo occidentale - spiega Cristina Zenato, che da 17 anni vive e lavora con squali di tutte le specie a Grand Bahama, nelle Bahamas - considera questi animali come esseri da sradicare per rendere i mari più sicuri. Nelle isole Somoa e Fiji sono invece ritenuti delle divinità ed è vietato mangiarne la carne. In altri Paesi, per esempio alle Bahamas, la gente ha un approccio più equilibrato: sa che in certi momenti è pericoloso incontrare uno squalo, ma che in generale non c'è da aver paura. Tutti i pescatori locali sanno che gli squali vogliono il pesce e che dopo aver mangiato li lasciano in pace. Hanno, nei confronti di questi animali, un rispetto basato su conoscenze ed esperienze reali". Tutt'altra musica rispetto ad europei e americani. "Quando le persone, in occidente, mi parlano di squali - continua la Zenato - tirano fuori una marea di luoghi comuni: ho sentito dire che mangiano gli essere umani, li cercano, li cacciano, che sono attratti dalla presenza del sangue (la domanda tipica che fanno le donne è se possono entrare in acqua con il ciclo) e li associano a sentimenti umani: cattivi, feroci, malvagi, pericolos, senza scrupoli. Lo squalo è uno squalo, non ha sentimenti come i nostri. Anzi: è meno malvagio di noi nei confronti degli altri animali".

Il libro-denuncia della Eilperin ha colpito persino il New York Times, notoriamente sensibile alle questioni ambientali, soprattutto se il problema è "made in Usa". La cattiva fama del predatore ha infatti cominciato a diffondersi proprio a partire dall'America, nella tragica estate del 1916, quando tra il primo e il 12 luglio quattro persone vennero uccise da attacchi di squali lungo la costadel New Jersey. La psicosi che scoppiò allora (e che ispirò Spielberg per il suo pluripremiato film) resiste immutata quasi un secolo dopo, sebbene gli attacchi all'uomo siano rari e facciano in media 4 o 5 vittime l'anno (fatta eccezione per questo 2011, che ha registrato 10 morti). "Ma per quante persone possano morire - spiega la Eilperin - è sempre più facile rimanere uccisi da un fulmine o schiacciati da un elefante che dal morso di uno squalo. Il numero degli americani che ogni anno arrivano in ospedale feriti da fuochi d'artificio o addobbi di Natale è 40 volte superiore a quello delle persone attaccate dall'animale".

Queste affascinanti creature con scheletro di cartilagine e pelle dentellata, capaci di nuotare per giorni a velocità sorprendente, con la loro perfezione anatomica hanno ispirato e ispirano gli ingegneri di mezzo mondo nella costruzione di macchine, videogames e indumenti aerodinamici. La bellezza purtroppo non gli servirà a salvarsi: per farlo ci vogliono aree protette, santuari. L'ultima speranza è risposta nella presa di coscienza di paradisi ambientali come le Maldive, le Fiji e le coste del Messico, che si stanno rendendo conto che possono guadagnare di più proteggendoli che cacciandoli, per una bistecca o una ciotola di zuppa.

Reazioni:

0 commenti esagitati e considerazioni varie:

 
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Best WordPress Themes