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8.4.11

Il 9 Aprile tutti in piazza contro la precarietà

Il 9 aprile si scenderà in piazza perché la precarietà è un problema sociale e non riguarda una piccola parte sfigata della popolazione.

Siamo tutti precari in un sistema che non tutela e che fa pagare ai singoli il declino del capitalismo (arricchendo sempre di più l'élite politica ed economica).

Ecco cosa dice il volantino che promuove l'iniziativa

Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta"

"A chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la 'pagano' ai loro figli". Una rete di giovani lancia l'appello per scendere in piazza il 9 aprile.

Non c’è più tempo per l’attesa. È il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente.

Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo.

Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.

Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Lo spettacolo delle nostre vite inutilmente faticose, delle aspettative tradite, delle fughe all’estero per cercare opportunità e garanzie che in Italia non esistono, non è più tollerabile. Come non sono più tollerabili i privilegi e le disuguaglianze che rendono impossibile la liberazione delle tante potenzialità represse.

Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli.

Vogliamo tutto un altro paese. Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele.

Pretendiamo un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Che investa sulla ricerca, che valorizzi i nostri talenti e la nostra motivazione, che sostenga economicamente chi perde il lavoro, chi lo cerca e chi non lo trova, chi vuole scommettere su idee nuove e ambiziose, chi vuole formarsi in autonomia. Vogliamo un paese che entri davvero in Europa.

Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare.

Questo grido è un appello a tutti a scendere in piazza: a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.

Tutti in piazza il 9 Aprile.

Penso di poter aggiungere alcune argomentazioni personali a questi argomenti.
Io scenderò in piazza perché:

non voglio essere aiutata dai miei genitori: per sopravvivere, per comprare casa, per trovare un lavoro dignitoso e per avere voce in politica, nel sistema economico, sociale e pubblico del Paese;

non voglio considerare un'offerta di lavoro come un favore che mi concede il datore (privato, pubblico, grande o piccolo) ma per quello che è, cioè una mutua necessità per entrambe le parti;

non voglio veder sminuito il mio lavoro perché sono giovane (e donna);

non voglio NON vivere ADESSO perché il FUTURO è troppo incerto e qualsiasi idea di progettualità (privata, professionale, di impegno civico) è troppo rischiosa e metterebbe a repentaglio il mio livello di qualità della vita

Ciao a tutti.

Ely

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