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30.11.10

E' morto Mario Monicelli


Si è spento nella tarda serata di ieri all'età di 95 anni Mario Monicelli.

Il grande regista viareggino, uno dei protagonisti della commedia all'italiana, autore di titoli quali La Grande Guerrra, Amici Miei, L'Armata Brancaleone, I Soliti Ignoti, ha deciso di lasciare la scena con un finale che merita soltanto silenzio e rispetto, lanciandosi nel vuoto dalla finestra dell'ospedale San Giovanni in Roma, presso il quale si trovava ricoverato.

L'originalità, il carattere ruvido, la passione civile, una spigolosità cronica sono i primi tratti che vengono in mente per descrivere questo gigante che ha attraversato due secoli, conservando la corrosività dell'analisi e la lucidità dello sguardo sino all'ultimo giorno.

Un artista che ci ha fatto pensare, ridere, commuovere, regalando agli spettatori di più generazioni non solo film, ma veri e propri ritratti dell'Italia popolare e vera, luci, miserie, malinconie e risate dell' "italianità"(se così si può dire) tutta quanta.

Il cinema (e l'arte in generale), diventa tanto più eterna ed universale, tanto più tende al generale, ad evocare sentimenti, emozioni che appartengono a tutti.
L'autenticità delle sue opere, la profonda umanità dei suoi personaggi, sono la ragione per la quale i film del regista toscano sono vere opere d'arte senza tempo, ancora oggi, giustamente celebrate da critica e pubblico.

Noi di Mavaffanculp vogliamo immaginarci Mario Monicelli, mentre, col sorriso beffardo sulla barba, accende il suo sigaro, e, disinteressatamente, se ne va, lasciandoci dei capolavori grazie a cui, in tanti, siamo un pochino meno bischeri di prima.

Grazie, di cuore.

Lo Staff.

Seguono note biografiche.


Toscanaccio di origine e di temperamento, Monicelli nasce a Viareggio il 15 maggio del 1915. Figlio di Tomaso, critico teatrale e giornalista, dopo la laurea in storia e filosofia a Pisa Mario esordisce nel cinema nel 1932 con il corto, firmato insieme ad Alberto Mondadori, Cuore rivelatore. Emigrato nella Roma fascista, il regista si ambienta subito nella capitale dell'Italia mussoliniana: anche se, come tutti i giovani di temperamento un po' anarchico, soffre la mancanza di libertà imposta dal regime. E così è solo nel dopoguerra, nel Paese diventato repubblicano, che insieme ad autori come Dino Risi, Luigi Comencini e Steno inventa, e rende grande, il filone aureo della commedia all'italiana. Raccogliendo enormi successi di pubblico, ma anche riconoscimenti ufficiali: ad esempio il suo Guardie e ladri ottiene due premi a Cannes nel '51, mentre I soliti ignoti viene nominato agli Oscar. Per non parlare dell'exploit di La grande guerra (1959), trionfatore a Venezia con il Leone d'oro.

Opere di enorme valore, che esprimono al meglio lo stile peculiare di Monicelli: un misto di intelligenza applicata alle cose, di umanità disincantata e dolente, di amore per i perdenti e per chi non riesce fino in fondo ad adeguarsi alle regole del mondo. Il tutto filtrato attraverso un sorriso amaro che ritroviamo sul volto di quasi tutti i protagonisti dei suoi film.

Dopo aver cavalcato l'onda lunga del genere negli anni Cinquanta e Sessanta, nei più complessi e travagliati Settanta Monicelli non perde la sua carica innovativa: nel 1975 raccoglie l'ultima volontà di Pietro Germi che gli affida la realizzazione di Amici miei, film diventato un cult assoluto; mentre nel 1977 recupera la dimensione tragica con Un borghese piccolo piccolo, interpretato da un grande Alberto Sordi. Seguono, nei decenni successivi, varie altre regie, tra cui spiccano Il marchese del Grillo (1981), Speriamo che sia femmina (1985) e il feroce Parenti serpenti (1993).

Dopo un periodo di inattività, dovuto a motivi di salute ma anche in parte a difficoltà produttive, qualche anno fa, nel 2006, arriva il tanto desiderato ritorno sul set di un film: è Le rose del deserto, liberamente ispirato a Il deserto della Libia di Mario Tobino e a Guerra d'Albania di Giancarlo Fusco. Opera impegnativa, sul filone "italiani brava gente" mandati a morire lontano. Per Monicelli un ritorno da leone, comunque venga giudicata la pellicola.

Poco dopo, il ritorno alla Mostra di Venezia, per presentare un cortometraggio dedicato al quartiere romano in cui è vissuto e si è sempre sentito a casa: il Rione Monti. L'anno dopo, ancora in Laguna, è tra i personaggi applauditi con più calore, nel corso della cerimonia inaugurale del festival. Ai cronisti che lo intervistano, al Lido, parla chiaro come sempre, con una verve e una lucidità invidiabili: parla di un'Italia "dal pensiero unico", lamenta il rischio vicinissimo di "un fascismo sotto altre forme". E ai giovani che vogliono avvicinarsi al cinema, lascia un consiglio prezioso: "Scegliere storie di una semplicità elementare, che è la cosa più difficile. Non mettere troppe cose e troppi personaggi nel tentativo di renderle interessanti. Sono le storie semplici che nel tempo continuano a emozionare".

Ma non c'è solo voglia di cinema, nella parte finale della sua vita. Nell'ultimo anno, infatti, il regista fa sentire forte il suo sostegno alle proteste contro i tagli alla cultura. E qualche mese fa incontra anche gli studenti in rivolta alla Terza università della capitale. A dimostrazione della sua volontà di non arrendersi.

Fonte Repubblica
Reazioni:

2 commenti esagitati e considerazioni varie:

Carlitos ha detto...

se ne è andato un genio.
R.I.P. Mario

lorenzo ha detto...

avete descritto una bella immagine.

io ho amato quell'uomo per tutte le sue realizzazioni

 
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