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5.10.10

farmaci, tossici, droghe: tra normalita' e devianza

Tutte le sostanze sono veleni e nessuna è innocua : la mancanza d’effetti tossici dipende sempre dalla dose. (Paracelsus, 1493-1541).

Sin dagli albori dell'umanità, la ricerca di prodotti della natura in grado di soddisfare i bisogni fondamentali per la sopravvivenza, dell'individuo e della specie, hanno portato l'uomo a sperimentare l'effetto di sostanze in grado di modificare, in maniera significativa, varie funzioni vitali. E' ipotizzabile che tali modificazioni, il più delle volte nocive ed indesiderate, se non letali (veleni), hanno insegnato solo ad evitare il contatto e l'assunzione di determinati prodotti presenti in natura.

Al prevedibile costo d’innumerevoli esperienze e sofferenze, accumulate nell'arco di migliaia d’anni dalle diverse culture, per casualità pura (serendepity) o per tentativi ed errori, si è giunti ad acquisire informazioni sugli effetti benefici o dannosi di varie sostanze naturali, sull'organismo umano, in condizioni di salute o di malattia. Probabilmente, ciò è coinciso con la nascita di una prassi medica e di uno specifico ruolo sociale, rappresentato dal taumaturgo - stregone (l'uomo di medicina) presente in tutti i contesti socio-culturali ed antropologici arcaici. Il sorgere del pensiero scientifico, incredibilmente recente, ed il rapido sviluppo delle conoscenze chimiche, biologiche e mediche, ha permesso di isolare o sintetizzare, nell'ultimo secolo, numerose sostanze pure ad effetto farmacologico. Con il termine di farmaco si intende qualunque sostanza o composto in grado di modificare una o più funzioni omeostatiche di un sistema vivente o di un organismo. Da questa premessa deriva la considerazione che il numero di sostanze farmacologicamente attive, presenti nell'ambiente naturale o sintetizzabili, è sostanzialmente indefinibile, variando in funzione dell'organismo vivente in questione, delle stesse funzioni vitali esaminate (salute-malattia) delle nostre stesse conoscenze. Nessun farmaco è in sé, benefico o dannoso, variando gli effetti in funzione di numerosi e disparati parametri, quali via di somministrazione, dose e durata dell'assunzione. (1) L'acqua più pura, se inalata, in dosi sufficienti, può essere letale (morte per annegamento). L'aria stessa, se iniettata nel circolo sanguigno, può dare la morte per embolia gassosa.

L'umanità ha sempre cercato nell'ambiente il sostegno necessario alla sua sopravvivenza ed al suo benessere psicofisico, utilizzando in maniera in parte empirica tutti gli strumenti e le conoscenze in suo possesso per alleviare il proprio dolore. In questa ricerca mai cessata di benessere l'uomo si è imbattuto, in epoche diverse e talora remote, in sostanze in grado di agire sulla sfera psichica, cioè sul suo modo di esperire se stesso ed il mondo. Ha scoperto, in altre parole, le sostanze psicoattive o psicotrope, il cui uso è stato spesso riservato a specifiche caste (sacerdoti-stregoni) o a specifici contesti sociali e rituali, in cui la sostanza assumeva il ruolo di strumento privilegiato d’approccio al sacro. L'uso di tali sostanze modifica, in qualche modo, le capacità dell'individuo d’adattamento emotivo, cognitivo o comportamentale all'ambiente, talora migliorandolo. (2) Nelle varie epoche e civiltà tali sostanze sono state divinizzate o demonizzate, in funzione non solo degli effetti individuali indotti, ma, soprattutto, dei loro effetti sociali e degli aspetti motivazionali legati al loro uso. Basti pensare da un lato al culto classico di Dioniso ed all'uso rituale dell’ebbrezza alcolica delle baccanti o all'uso religioso e rituale del peyote nelle civiltà precolombiane dell'America Centrale e dall'altro all'uso della canapa indiana da parte della setta degli "hashishin", coloro che erano dediti all'uso di "hashish", da cui il termine italiano "assassino". Tali considerazioni evidenziano, se mai fosse necessario sottolinearlo, che l'uso delle sostanze psicotrope risponde tanto ad esigenze di sollievo dal dolore psicofisico e/o dal dolore esistenziale dell'individuo, quanto al contesto culturale e sociale in cui tale uso avviene. (3) Tutt’oggi, nella legislazione italiana, sono distinte sostanze psicoattive legali, il cui uso, socialmente accettato, non comporta sanzioni d’alcun genere, da sostanze psicoattive il cui uso è illecito: le cosiddette "droghe". In tale contesto è considerato proibito e "deviante" l'uso di sostanze psicoattive illegali.

Aspettative e norme sociali

Da un punto di vista sociologico, il concetto di "norma" si riferisce all'insieme delle regole comportamentali e sociali, alle quali la maggior parte degli individui di un determinato gruppo sociale o di un’intera società si attiene. Tali norme sono modulate dalle aspettative sociali. Per aspettativa sociale si intende un valore, un ordine, un desiderio che riguarda la sfera etica dell'individuo e che si riferisce ad un aspetto futuro o presente del suo comportamento. Le norme sono generali soprattutto quelle che sono interiorizzate durante il processo d’educazione e socializzazione nell'infanzia e nell'adolescenza. Esse hanno valore indipendentemente dalla posizione sociale dell'individuo. Le aspettative sono, invece, più particolari. Esse variano con il variare delle posizione sociale e sono, in genere, limitate a determinati aspetti comportamentali. Una norma comporta l'esistenza di qualcuno che la formuli e di qualcuno che vi si attenga, ma esistono numerose eccezioni rappresentate dai cosiddetti costumi sociali e dalle mode, che risultano essere norme apparentemente anonime e collettive. (4) La trasgressione di una norma sociale comporta sempre una sanzione, in parte diretta, che può esser attiva o passiva, sotto forma, per esempio, di mancata gratificazione o accettazione sociale. La funzione delle sanzioni è quella di favorire un certo grado di conformismo, mettendo in moto un complesso meccanismo di controllo sociale del comportamento dell'individuo. Un ruolo peculiare, in tutto ciò, è rivestito dal processo educativo, nell'infanzia e nell'adolescenza, in ambito familiare ed extra-familiare.

Parametri di normalità e devianze

I comportamenti che violano le norme vigenti, in un determinato contesto sociale e storico, rientrano nella definizione sociologica di "devianza". I prototipi della devianza sono il crimine, cioè la devianza dalle norme di comportamento sociale giuridicamente statuite, e la malattia, intesa come devianza dalla normale condizione di salute psicofisica. Definire un comportamento come deviante significa confrontarlo sempre con le norme, esplicite o implicite, del gruppo sociale in cui è espresso. (5)

Il concetto di normalità, in ambito sanitario, può essere definito secondo diversi criteri. Il criterio diagnostico-nosografico, adottato soprattutto in ambito medico, utilizza il confronto con una serie di schemi sindromici, che permettono l’identificazione di una serie di sintomi, da cui si può risalire ad una definizione, sintetica e tecnica, della malattia o del disturbo psicofisico. (6) Il criterio soggettivo-cronologico riguarda il giudizio espresso dal soggetto circa il suo grado di benessere psicosomatico e d’integrazione socio-ambientale. Si tiene in debito conto, perciò, l’esperienza media, riferita dal soggetto, e, gli eventuali cambiamenti da lui stesso evidenziati. Tale criterio presuppone, l'insorgere, definibile nel tempo, di una devianza (malattia-malessere) dalla norma (salute-benessere) ed una chiara capacità critica da parte del soggetto. Il criterio stastistico-empirico è il più comodo da adottare in campo sociologico per la sua facile applicabilità, perché prevede l'accertamento di una devianza in conformità a semplici criteri di tipo puramente statistico-osservazionale. Questi tre criteri hanno il vantaggio di non contenere in sé un giudizio soggettivo, circa la valutazione di "normalità" da parte di chi l'adotta. Al contrario il criterio di "norma ideale" si basa sul concetto, sull'astrazione, sull’immaginario individuale di come una persona "normale" dovrebbe essere, sentirsi ed agire. Un tale tipo di criterio è intrinsecamente soggettivo, opinabile e controverso. Ciò nonostante è questo tipo di criterio che viene comunemente e diffusamente adottato, dalla maggioranza di noi, nella vita quotidiana. La storia della filosofia insegna che un "ideale" di normalità non riesce mai a raggiungere un consenso universale e che tale idealizzazione varia nei diversi gruppi sociali, nelle diverse culture e nelle diverse epoche storiche. (7) Un soggetto deviante, in altre parole, chi infrange le norme sociali, deliberatamente o involontariamente, può facilmente assumere, soprattutto nelle società autoritarie, la connotazione di soggetto criminale o portatore di disturbi psichici, in ogni caso, da isolare dal contesto sociale generale, perché disturbante. All'opposto, in contesti sociali diversi, atteggiamenti umanistici o filantropici, talora eccessivi o fraintesi, portano a considerare i criminali alla stregua di portatori di disturbi mentali, da assistere più che da condannare. I crimini e le devianze in genere sarebbero, secondo queste scuole di pensiero, semplicemente sintomi di un malessere bio-psico-sociale, da comprendere e da curare più che da punire. (8) Nell'ambito dei sistemi sociali autoritari, il concetto di normalità viene spesso identificato con quello d’utilità sociale. Un individuo viene, perciò, accettato e stimato normale o sano solo se è in grado di ottemperare alle richieste proprie dell'insieme dei ruoli che tale persona riveste in ambito sociale. Da un punto di vista umanistico, al contrario, il concetto di normalità non può che riguardare il completo sviluppo delle potenzialità della persona e la sua ottimale integrazione in ambito sociale. (9) Riflettendo su questi concetti è evidente che la norma ideale esprime i "valori" di una data cultura e non può che assumere connotazioni etiche variabili nel tempo e nei diversi contesti socio-culturali. (5) Non deve, perciò, meravigliare se, in alcuni paesi mediorientali, si sia arrivati al paradosso di perseguire per legge il consumo d’oppiacei iniettati per via endovenosa (eroina) pur restando assolutamente accettato sul piano sociale, il tradizionale consumo d’oppiacei per via inalatoria (fumo d'oppio).

Riferimenti bibliografici

1. GOODMAN & GILMAN'S The Pharmacological Basis of Therapeutics. Pergamon Press, New York, 1990.
2. DE ROPP R.S.: Le droghe e la mente. Cesco Ciapanna, Roma, 1980.
3. MANNA V., TREDANARI G., MESCIA G.: Psicogenesi delle farmacodipendenze: correlati psicopatologici e prospettive terapeutiche. Salute e Prevenzione, I, 63-71, 1990.

4. BLAN R.H.: Society and drugs. Jassey-Bass Ed., San Francisco, 1970.
5. KAPLAN H.B.: Social class, self-derogation and deviant response. J. Youth and Adolescence, 7, 253-277, 1978.
6. DSM IV: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. IV Edition. American Psychiatric Association. Washington D.C. 1994.
7. NATHAN P.E., HARRIS S.L.: Psychopathology and society. Mac Graw - Hill, New York, 1980.
8. FROMM E.: Anatomia della distruttività umana. Mondadori, Milano, 1978.
9. BRECHER E.: Licit and illicit drugs. Consumer Union.
Mont Vernon, 1972.


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