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18.5.10

mongol rally..la corsa più pazza del mondo


Tutto è iniziato in un grigio pomeriggio londinese. Era l’estate del 2001, le Torri Gemelle erano ancora in piedi, e due amici fissavano la loro logora Fiat 126. «Ci chiedevamo quanti chilometri potesse ancora percorrere prima che i pistoni si arrendessero», racconta Tom. In preda alla noia, o semplicemente dopo una pinta di troppo, decisero di intraprendere un viaggio «verso la destinazione più bizzarra e improbabile che ci venisse in mente: Ulaanbaatar, capitale della Mongolia. Neanche il tempo di preparare i bagagli che stavamo già inseguendo il folle progetto», spiega Joolz. Il macinino non resse l’impresa, ma i due amici si ripromisero di riprovarci: quel giorno è nato il Mongol Rally.

Sedicimila chilometri (un terzo della superficie terrestre), tre deserti, cinque catene montuose da attraversare e otto fiumi da guadare, il Mongol Rally è la corsa più pazza del mondo. L’imperativo è uno solo: gareggiare con un’auto vecchia di almeno 10 anni e un motore di cilindrata inferiore ai 1000 centimetri cubici. Autentici catorci, insomma: da Skoda cadenti a Trabant antidiluviane, i bolidi sono banditi. Nessun vincolo, poi, sulla rotta da seguire. Niente check point da attraversare, nè bandiere a scacchi: ogni equipaggio può scegliere liberamente il tragitto per raggiungere la Mongolia.

Arrivare primi non assicura nessun premio, in palio solo un’avventura mozzafiato in paesi dai nomi singolari, citati solo nei documentari. O sul tabellone del risiko. «Quello che succederà fra la partenza e l'arrivo si può solo immaginare. Fra montagne, steppe, deserti, banditi e vita selvaggia solo la metà degli equipaggi raggiunge la meta e quasi mai senza problemi o imprevisti. Se niente va storto allora tutto è andato storto», recita l’avvertimento sul
sito ufficiale della gara. La prima edizione ufficiale del Mongol Rally è stata corsa nel 2004: sei equipaggi partirono da Hyde Park a Londra e solo due tagliarono il traguardo. Nel 2007 il rally non competitivo era già famoso: le prime 100 iscrizioni vennero “bruciate” online in appena 22 secondi. Dei 167 equipaggi solo 117 arrivarono sulle proprie ruote.

Lo scorso anno Michelangelo e Andrea, romani di 33 e 30 anni, hanno intrapreso l’avventura a bordo di una Panda del 1999, scegliendo il tragitto più lungo e impegnativo. «Dai Balcani siamo passati in Turchia e Iran per accarezzare parte dell’antica Via della Seta nell’Asia centrale. Poi i monti Altaj che segnano il confine tra Kazakistan e Cina e l’ingresso in Mongolia attraverso il deserto del Gobi: in totale otto settimane di viaggio», spiega Michelangelo. Un vero e proprio elogio della lentezza in una galassia di competizioni dove il tempo è il fattore principale. Durante il percorso si passa da strade pessime, che la cartina si ostina a definire autostrade, alla totale assenza di strade: «Per oltre metà del tragitto l’auto rimbalza sulle buche di sterrati terribili. In Mongolia, per esempio, non esistono strade tracciate, c’è solo la steppa: se devi andare a est segui la bussola percorrendo lo stesso paesaggio per centinaia di chilomteri. Con la sensazione di trovarti sempre nello stesso punto», spiega Michelangelo.

L’avventura, poi, è dietro l’angolo: «I guasti sono all’ordine del giorno e alle dogane l’incognita attesa può trasformarsi in un incubo. Per alcuni visti abbiamo dovuto aspettare dalle 8 ore fino a un giorno», racconta Andrea. Il Mongol Rally aiuta inoltre le popolazioni sparse lungo il percorso: per poter partecipare ogni team deve infatti raccogliere 1300 sterline (circa 1100 euro), da donare a diverse organizzazioni umanitarie. Nell’edizione 2007 sono state raccolte oltre 200.000 sterline. Il 24 luglio prende avvio l’edizione 2010: da Milano, Madrid e Londra circa 350 equipaggi invaderanno l’Europa con il radar puntato verso la Mongolia.



Fonte : LaStampa.it
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