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24.4.10

noi giovani italiani allo specchio: e se decidessimo di fare i bagagli?

“I nostri padri, i nostri nonni, avevano coraggio”, scrive Alfredo Iannaccone “Avevano fegato. E non è retorica. Non è il solito discorso sul valore dell’emigrazione. Un mese di nave da Genova a Ellis Island, New York, tanto per fare un esempio, equivaleva ad un mese di sofferenze. Ma era solo l’inizio dell’incubo. Lavoro duro, discriminazione, fame. Ma chi la dura la vince nella vita. Le menti e il cuore di persone coraggiose hanno avuto il sopravvento su un destino che sembrava avverso. Questa è storia. Gli esempi sono tanti. Certo non tutti ce l’hanno fatta. Succede sempre così. Ma raccontare ad esempio che gli italiani hanno costruito con le loro mani il Canada e hanno fatto successo dal nulla, partendo dalla miseria più nera, è una lezione di vita. Che non va dimenticata. Oggi noi ci troviamo ad un bivio. Il passato per certi versi si ripresenta di fronte a noi. L’Italia è nella crisi più nera. Non c’è lavoro per i giovani, il posto fisso è una chimera, le famiglie non arrivano alla fine del mese, la politica con la sua perdita di valori contribuisce ad affondare un Paese colpito tutti i giorni a coltellate da quelle migliaia di immigrati che vengono qui a mangiare le briciole. Quel poco che resta. Ma noi under 35 siamo fortunati. I nostri nonni furono costretti ad un mese di nave fino a New York. Tra mille peripezie. Oggi l’Eldorado si chiama Danimarca. Tempo libero a go go, stipendi da 4mila euro al mese, il piu alto tasso di occupazione, esigenza di personale nei più svariati settori. Non chiamatemi pessimista o non dite che sto sputando nel piatto dove mangio. Ma se ci facessimo una passeggiata fino a Copenaghen? Che ne dite voi? E se la smettessimo di piangerci addosso una volta per tutte?

Ogni notte ho in incubo. Un sogno ricorrente che mi fa svegliare sudato come non mai. Agitato, in preda al panico. Ci vogliono almeno venti minuti per calmarmi e una buona tazza di camomilla calda, reminiscenza dei buoni consigli della nonna materna. Sogno Padoa Schioppa, il Ministro del Governo Prodi, quello che ci guardava con sguardo di odio e ci chiamava bamboccioni. Sogno che mi urla contro, che mi dice che non ho coraggio, che voglio tutto troppo facile dalla vita.

Mi sveglio di soprassalto così, tutte le notti. Ieri poi apro i giornali, lo faccio tutti i giorni per mestiere e per passione, mi informo, navigo sul web, scandaglio la rete, e leggo l’ultima speciale classifica del mensile britannico “Monocle”. Nella lista delle città del mondo ai primi posti per qualità della vita c’è Copenaghen. Ma guarda un pò mi dico. A due passi da qui. Poi resto sbalordito. Letteralmente di sasso. Non ci posso credere. Indago e capisco perchè la Danimarca è il nuovo paradiso. Stipendi da quattromila euro al mese. In media. Cosa è uno scherzo, mi dico? Forse allora Padoa Schioppa aveva ragione. Sì, siamo davvero bamboccioni. Lui diceva di andarcene via di casa, di abbandonare la paterna dimora e di smetterla di stare attaccati alla gonna della mamma. Mi guardo il portafogli e lo vedo vuoto. Il mio come quello di tanti altri giovani della mia età che si dannano l’anima per realizzare qualcosa. Allora penso e dico: e se la smettessimo tutti di piangerci addosso, di farci del male da soli tutti i giorni e ci facessimo due ore di aereo fino a Copenaghen?

L’ELDORADO DANIMARCA, COPENAGHEN LA NUOVA TERRA PROMESSA DELL’EUROPA: COSI’ CE LA RACCONTA LA GIOVANE COPYWRITER LUISA SCARLATA

Il Consigliere danese Jorgen Uldall-Ekman ha girato gran parte dell’Italia (molti altri Paesi d’Europa e non solo) per cercare reclute. La destinazione non è una base militare ma la Danimarca, “Paese ideale” per chi ha voglia di lavorare dimenticando l’esistenza della paghetta a mille euro al mese per passare agevolmente a quella dei quattromila. Sì, avete capito bene: quattro mila euro al mese. Se volete, chiamatela pure terra promessa, è la Danimarca.

La terra delle promesse mantenute.

Disoccupazione tra le più basse d’Europa e welfare tra i più alti, stipendi stellari, tempo libero a go-go, grandissima flessibilità. Il tutto moltiplicato per oltre sessantamila posti vacanti a disposizione di tutti noi. Se vogliamo. Altrimenti possiamo sempre rimanere a casa nostra, in Italia. Dove le cose però sono un tantino diverse. Se volete sentire come, attraverso il cinema, potete andare a vedere le tante pellicole che vanno (guarda caso) di moda adesso, come “Giorni e nuvole” di Silvio Soldini, o “Riprendimi” di Anna Negri o ancora “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì.

Altrimenti si può continuare a leggere i dati che ci raccontano la nuda e cruda verità, così com’è: dal red al black carpet. Inflazione al 3,3 per cento, disoccupazione giovanile al 21,8 per cento, redditi giù di 13 punti rispetto alla media europea, affitti alle stelle, stipendi al ribasso.

Parola d’ordine: precarietà. Seguita a ruota da: insoddisfazione. Convinzione diffusa da sempre che “è proprio vero, voi italiani siete tutti mammoni”. O forse oggi sarebbe meglio dire “bamboccioni”.

Sarà arrivata pure ai loro orecchi questa parola di cui noi, non ne possiamo più. Viviamo con l’incubo di Padoa Schioppa, ce lo sogniamo pure la notte. Eppure, per quanto il termine possa infastidirci, ci racconta. Volenti o nolenti bamboccioni gli italiani sono. Siamo. E se continua così, resteremo tali. Intrappolati in un sistema che non ci aspettavamo così terribile, amareggiati e sorpresi anche se i nostri genitori avevano tentato di avvertirci: “ci siamo mangiati tutto” dicevano. Era vero. Ora dobbiamo darci da fare. E forse l’unica soluzione non è piangersi addosso e dire “quanto è brutta questa Italia Nostra” ma decidere una volta per tutte cosa fare. Anche emigrare, sì, se è la soluzione migliore facciamolo. Così ormai sembra quasi di immaginarselo questo pasto pantagruelico di cui tutti i nostri padri e madri, in piedi, si abboffano allungando le mani a più non posso. Ma tant’è. Non è che i più adulti stiano poi tanto meglio. I figli ce li hanno ancora a casa, appunto. La spesa costa il doppio e il tempo lo si passa a litigare con il caro tutto. Caro benzina, caro gasolio, caro libri. E pensare che una volta “caro” significava anche “amato”. Adesso persino quello ci fa pensare al politico, mica al fidanzato con il quale, nel caso delle giovani donne, non si riesce nemmeno ad andare a convivere. Perciò sfiducia, rabbia, delusione. Ma non eravamo il Bel Paese? Quello con la Milano da bere? (Ah, già, anche Marco Mignani, il creativo che la inventò, è morto quest’anno. Mamma mia!). Che fine hanno fatto gli “italiani che beati loro se la godono”? Adesso anche là fuori ci hanno scoperto. Per giorni siamo stati derisi sui giornali d’oltralpe e noi lì, tutti offesi: “Ma come, non ci invidiano più?”. No, non ci invidiano più. E’ un fatto. La favola del Bel Paese è bella che finita.

Ora siamo noi che guardiamo fuori dalla finestra aspettando che il signor Jorgen Uldall-Ekman venga a chiamarci. E non ci va neppure male: una volta per trovare fortuna bisognava arrivare alla Statua della Libertà. Ora la libertà (di essere appagati, di sperare, di costruirsi una vita) è appena fuori da casa nostra. A due ore di aereo. Tutto sta a non chiedersi più perché dentro, invece, non ci sia davvero più modo per essere liberi. E, a quanto pare, nemmeno per essere, e basta.

La recentissima classifica compilata dal sofisticato settimanale britannico “Monocle” ha appena decretato che la città più vivibile al mondo è Copenaghen. L’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese che non compare in classifica nemmeno con una città. Cosa potremmo dire “Ve l’avevo detto?”. Ma serve davvero farsi del male così tutti i santi giorni”?

Alfredo Iannaccone (first post)

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