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6.4.10

l'intelligenza non ha sesso

La situazione di inferiorità culturale e professionale in cui erano rilegate le donne in passato, al giorno d’oggi dovrebbe essere certamente superata. Almeno in teoria dovrebbe essere così, poi la realtà fa fatica a discostarsene completamente. Eppure un esercito pacifico di donne è entrato nel mondo del lavoro, nelle scuole e nelle università, e tante disparità e interdizioni con gli anni sono scomparse. (Auspichiamo tutti un continuo progresso in questo senso).

Immersa nel profumo antico dei miei libri mi sono imbattuta in una lettura particolarmente interessante: “L’educazione della mente“, un saggio di Lucio Lombardo Radice, filosofo e pedagogista. L’edizione è del 1965 e nonostante ciò ne riscontro ancora aspetti quanto mai attuali.

Secondo il filosofo esiste una apartheidintellettuale, per la quale nell’educazione, nella società, ma soprattutto nella famiglia, si agisce ancora spesso in modo da reprimere, deprimere, soffocare, distorcere l’intelligenza della donna. Ad esempio, secondo una retorica molto diffusa, le ragazze negli studi sono più diligenti dei ragazzi ma meno creative, per cui più ricettive ma anche più passive. Non a caso si porta l’esempio delle grandi scoperte della storia fatte solo dagli uomini. Ma non voglio spingermi verso un ovvio discorso storico.

La situazione di “passività culturale” è accresciuta ancora dal fatto che oggi più di ieri, secondo la “graduatoria corrente degli interessi femminili”, il primo comandamento al quale una donna deve obbedire è “piacere alle altre persone“. E qui, citando le parole del filosofo, “si potrebbe scrivere un trattato”.

Ma che vuol dire “Piacere”? Quante volte ci siamo poste questa domanda?

“Piacere” significa essere carina, attraente, curata, appariscente, disinvolta, al corrente degli argomenti del giorno più cliccati (secondo TV trash e riviste), ottima ballerina, aspirante velina, sportiva q.b., apparente buona conversatrice, ottima e paziente ascoltatrice di curiosità, fine intenditrice di arredamento, design, griffe, delle ultime hits, di romanzi leggeri e di cinema, aggiornatissima sul gossip: insomma molto femminile, molto interessata ai problemi sentimentali in tutte le loro nuances, molto neutra per quel che riguarda le opinioni che investono problemi di carattere generale.

“Piacere” significa in particolare essere corteggiata, non importa da chi, per essere presto sposata, non importa troppo da chi, per essere quindi madre di figli, non importa come educati.

“Piacere” significa poi saper stare in comitiva tollerando volgarità, offese alle proprie idee (se la ragazza ne ha), discorsi cretini, serate senza luce di intelligenza, ore riempite soltanto dal suono dei locali più fighetti o dalla TV accesa.

Il corteggiamento, il flirt, l’amoretto pulito o quello poco sudicio (una volta), gli amici di letto (oggi) sono le cose che interessano veramente e soprattutto. I compiti di scuola bisogna farli (parlo delle studentesse) e si fanno anche con diligenza, per uno strano senso di obbedienza di cui non si conosce la ragione, paura (di non essere mediocre come gli altri, non migliore degli altri), amor proprio (chi ha la fortuna ancora di sapere cos’è e quindi di averlo). Ma il pensiero invece è altrove: alla festa che recita sempre lo stesso cliché (noiosa a meno che non ci tiriamo su con “qualcosa”); ai pettegolezzi sulle cotte, anch’esse tutte uguali e deprimenti nella loro attuale mutevolezza; ai corteggiatori da conservare, liquidare, conquistare. L’innamorarsi, il prendersi, il lasciarsi, il tradirsi, avvengono così in una vastissima zona superficiale dei sentimenti.

Le affinità o i contrasti ideali; l’esistenza con i suoi capisaldi o la mancanza di una passione intellettuale, politica, morale comune; la capacità o meno di essere compagni, di percorrere insieme un pezzo di vita; le cose fondamentali della vita, insomma, restano tutte fuori gioco.

(Liberamente tratto da: “L’educazione della mente“, di L. Lombardo Radice, Editori Riuniti, Roma, 1965).

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