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14.11.09

I terremotati dell'Aquila come cavie

Oggi sappiamo che sul concetto di emergenza puo’ essere fondata qualunque tipo di dittatura, che preveda anche l’esodo forzato. L’Aquila, primo comune ad aver gestito le conseguenze del terremoto nelle modalità in cui è stato gestito, cioè attraverso l’”assolutismo” delegato alla protezione civile, è stato un laboratorio che potrebbe tornare utile al potere anche a livello internazionale. QUesta è la tesi dell’articolo del Manifesto a firma di Eleonora Martini, che mi sento di condividere fin nelle virgole. A voi il giudizio.

Non solo L’Aquila, certo. Prima c’erano stati i rifiuti in Campania, la sicurezza nelle strade, il pericolo “zingari”, gli incendi boschivi, il terrorismo e la «crisi internazionale dovuta alla guerra in Iraq». Poi si era replicato a Palermo, e pure a Viareggio. Ma L’Aquila è stata ed è tuttora un laboratorio, un campo di sperimentazione per affinare i poteri e la legislazione dell’emergenza. In modo che, in futuro, con un salto di qualità che superi le limitazioni temporali, si possa utilizzare lo stesso schema di governo per gestire le centrali nucleari, ad esempio, o qualsiasi altro luogo si voglia definire «strategico». Per riflettere sul paradigma dell’emergenza e sulle limitazioni della libertà imposte nelle fasi emergenziali, sulla militarizzazione dei territori e sui nuovi poteri della Protezione civile - cominciando dal “modello L’Aquila” - si sono incontrati nel capoluogo abruzzese giuristi ed esperti, docenti, magistrati e avvocati per il convegno «Ricostruire nella democrazia, ricostruire la democrazia», organizzato dall’associazione Legal Team Italia (Lti).

È l’avvocato Gilberto Pagani, presidente di Lti, a dipanare il filo del discorso. In principio, fin dall’11 settembre 2001, l’emergenza era securitaria. E in suo nome tutto poteva essere giustificato: «Procedure legali che venivano soppiantate da procedure sommarie» in «esenzione e in deroga dei diritti dei cittadini». Nel novembre 2007, per esempio, ricorda Pagani, il governo di centrosinistra decreta lo stato di emergenza nazionale per la questione “zingari”. Rom e sinti in Italia ce ne sono da sempre, la maggior parte non è straniera. Eppure con il pacchetto sicurezza e il ddl Amato si procede a legiferare per fronteggiare la “crisi”, si militarizzano i campi e si affida alla Croce rossa un ruolo inedito, quello del censimento e della schedatura di tutti i “nomadi”. Allo stesso modo è stato trattato il problema dei rifiuti a Napoli e a Palermo, trasformando una situazione certamente gravissima che però poteva essere affrontata con misure ordinarie in un fenomeno emergenziale, militarizzando i siti e, in deroga alle leggi vigenti, proibendo l’esercitazione dei diritti fondamentali come quello di manifestare, o bypassando i limiti ambientali e paesaggistici di pianificazione e di difesa del suolo. Un precedente di «giurisdizioni parallele», di «eccezioni permanenti nell’ordinamento giuridico». Poi, «l’estendersi di norme che limitano i diritti e le libertà ha creato la crescita di reati legati alle proteste e alle manifestazioni», spiega ancora Pagani.

Ma è con il terremoto dell’Aquila che viene fornita una splendida occasione: si tratta in questo caso di un’emergenza reale, di una calamità naturale vera, forse l’unica tra tutte che «per intensità ed estensione» poteva effettivamente dover essere «fronteggiata con mezzi e poteri straordinari», come prevede al punto C) l’articolo 2 della legge 225 del 1992 che regolamenta il corpo della Protezione civile, fondato nel 1988. Negli altri casi, come fa notare Ezio Menzione, presidente della Camera penale di Pisa, si rientrava piuttosto nelle altre due tipologie definite dalla legge: «eventi connessi con l’attività dell’uomo» che possono essere «fronteggiati in via ordinaria» mediante «interventi attuabili dai singoli enti e amministratori competenti» (punto A), o da più enti e amministratori coordinati (punto B). «L’intervento della Protezione civile così come lo vediamo oggi, che sbaraglia enti e rappresentanze, - puntualizza Menzione - dovrebbe essere limitato all’ipotesi C): calamità naturali, catastrofi o altri eventi che per intensità ed estensione debbano essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari». Ma così non è: negli ultimi 10 anni la Protezione civile ha avuto la gestione di ben 592 stati d’emergenza dichiarati.

Occasione d’oro, dunque, il terremoto in Abruzzo per poter mettere a frutto il ricorso al sistema dell’emergenza consentendo due risultati principali: «poter derogare alle leggi vigenti attraverso atti di governo e ordinanze (per l’emergenza terremoto sono 36) non sottoposte a vaglio del legislatore e non controllate», e poter «fare emergere la volontà dell’esecutivo e imporla». A L’Aquila, dal 6 aprile - come hanno testimoniato anche Stefano Frezza di Epicentro solidale e l’ingegnere Annalisa Taballione, del Collettivo 99 - si è potuto assistere alla costruzione di una sorta di «stato nello stato». «Non ci sono gli stessi diritti e le stesse leggi che valgono altrove. Sembra piuttosto un territorio in guerra, sottoposto a una sottrazione quotidiana di spazi e libertà di parola e di movimento - accusa l’avvocata Simona Giannangeli che difende alcuni familiari delle vittime della Casa dello studente - con una lenta erosione dei poteri decisionali delle comunità e degli enti locali, esautorati e costretti a sentirsi stranieri nella propria terra». Disapplicando completamente la legge istitutiva della Protezione civile che nella prima parte affida all’organizzazione il principale compito di prevenzione delle calamità e di informazione della popolazione sui rischi e sui piani di evacuazione, in 36 ordinanze il commissario straordinario Guido Bertolaso, sottosegretario alla Protezione civile («figura che nella legge istitutiva del ‘92 non meritava nemmeno la maiuscola», sottolinea Menzione) ha plasmato invece il futuro della città, del suo tessuto urbanistico e sociale. Ma la vita quotidiana dei cittadini terremotati è stata trasformata e limitata ogni giorno senza alcun atto scritto, nella più completa insindacabilità e discrezionalità politica e senza la possibilità di chiedere giustizia di fronte alle competenti autorità giudiziarie: «Ogni giorno nuovi divieti, nuovi orari, nuove zone rosse, nuovi passaggi, e tutto senza fonti normative a istituirli - racconta ancora Giannangeli -: in questo modo la violazione delle libertà individuali e dei diritti è stata ed è totale». Per decreto della presidenza del consiglio dei ministri, l’emergenza istituita il 6 aprile a L’Aquila cesserà il 31 dicembre 2010. La Protezione civile invece cesserà la sua opera di soccorso alla fine del 2009 lasciando molte patate bollenti nelle mani degli enti locali, ma la legislazione d’emergenza durerà un altro anno ancora.

Violando molti articoli della Costituzione, come ha spiegato Giovanni Incorvati, docente di diritto costituzionale alla Sapienza, la gestione dei soccorsi e della ricostruzione post terremoto ha impedito la partecipazione della popolazione alla gestione dell’emergenza. «No people, no landscape - cita il Consiglio d’Europa, il professor Incorvati - se non c’è la popolazione, se la si cancella dalla partecipazione alla vita pubblica o la si obbliga all’esodo forzato, non esiste più nemmeno il paesaggio».



give thanx Cloro
Reazioni:

1 commenti esagitati e considerazioni varie:

EL POLA ha detto...

Ottimo articolo..giustos apere queste informazioni...allucinante il fatto che la gente e gli enti locali siano stati prevericati in casa loro invece di essere assititi e aiutati e che la Protezione Civile se ne andra' lascinado probabilmente il marcio in amno agli enti localiche fino a quel mopmento non hanno contato un cazzo...

 
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