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8.4.09

STEFANO BENNI: ELIANTO


STEFANO BENNI
ELIANTO
Casa editrice: Feltrinelli

Bene, finalmente sento che è arrivato il momento, non ve l'ho presentato prima perchè chi mi conosce sa che è il mio autore preferito e non volevo sembrare banale o scontato. Mi auguro che tutti voi lo conosciate ed almeno una volta nella vita abbiate avuto la possibilità di leggere qualcosa scritto da lui, non credo sia impossibile, perche questo "signore" nato a Bologna nel 1947 oltre ad essere uno scrittore di romanzi molto prolifico è anche un poeta e un giornalista che ha collaborato con molti giornali italiani tra cui l'Espresso, Panorama e la Repubblica. Il suo stile è inconfondibile e mischia uno senso dell'umorismo molto sviluppato ad una satira, alla nostra società moderna, molto tagliente e a tratti cinica. Ho letto praticamente tutti i suoi libri e le sue raccolte di poesie ma ancora oggi, dopo quasi quindici anni, non sono in grado di dirvi quale sia il lavoro che preferisco quindi ho pensato di proporvi "Elianto" un racconto fantastico che ben rappresenta tutte le sfaccettature del suo stile. Sono certo che alla fine di questo libro avrete voglia di leggerne subito un altro "dei suoi" e solo quando li avrete cercati e letti tutti vi renderete conto di quel vuoto che lascia dentro di voi il fatto di averli finiti. Ma ora basta con le parole, vi lascio al prologo del libro, signore e signori Stefano Benni.      


C'era un gran rumore negli universi. Generazioni di stelle nascevano e morivano sotto lo sguardo di telescopi assuefatti, fortune elettromagnetiche venivano dissipate in un attimo, sorgevano imperi d'elio e svanivano civiltà molecolari, gang di gas sovraeccitati seminavano il panico, le galassie fuggivano rombando dal loro luogo di origine, i buchi neri tracannavano energia e da bolle frattali nascevano universi dissidenti, ognuno con legislazione fisica autonoma. Ovunque si udiva il grido angoscioso di schegge, brandelli, filamenti, scampoli, frattaglie chimiche e asteroidi nomadi che cercavano invano l'intero a cui erano uniti fino all'istante prima. Era un coro di orfani e profughi spaziali, in fuga verso il nulla con un muggito di mandria terrorizzata. Fu in questo scenario di divorzio universale che un giovane ardito atomo di ossigeno si slanciò dal trapezio della vecchia molecola per volare verso un nuovo trapezio, dove lo attendeva un atomo di idrogeno per una nuova eccitante combinazione. Ma, dopo un triplo salto mortale, l'atomo acrobata mancò per un nonnulla le braccia protese dell'idrogeno-porteur, e precipitò nel vuoto sidereo con un urlo angoscioso. L'atomo di ossigeno era il nipotino preferito di una gigantesca stella Supernova che, impazzita per il dolore, puntò la sua massa contro una piccola galasia lenticolare, e già si attendeva il lampo e lo schianto di un miliardo di stelline, quando improvvisamente si fece un gran silenzio. Tutto nei cieli si fermò. Tutto, a eccezione di un leggero brivido nella periferia di una galassia situata più o meno nella Zolla delle Due Orse. Quì c'era un pianetuccolo orbitante insieme a otto compari attorno a una stella di media grandezza. Detto pianetuccolo aveva un satellite naturale e migliaia di satelliti succedanei: biglie aculeate, bozzoli stronziformi e barattoli imbandierati lanciati in orbita per chissà quale rito o mania. Questo satellite naturale, pallido e foruncoloso, che nella lingua planetoide è detto "luna" (Liu-nah), un tempo ispiratore di grandi afflati e imprese spaziali, era rapidamente tornato al suo ruolo di fondale per efusioni. Purtuttavia, per senso del dovere e in ossequio agli equilibri gravitrazionali, anche quel giorno arrancava faticosamente sul rettilineo un  pò sghembo della sua orbita, verso una particolare posizione che raggiungeva all'incirca una volt al mese, e di cui andava orgoglioso. In questa posizione il satellite, che era buio e spento, riceveva in pieno i raggi della stella Sole (Shoo-leey) apparendo luminoso e splendente. Rimandava quindi sul pianetuccolo (Tee-rrah) la suddetta radiazione spacciandola per roba sua. In tal modo i suoi grigi deserti e i miseri crateri apparivano quanto mai affascinanti. Questa fase era detta del "faccione" o di luna piena. Al suo seducente verificarsi, dalla biosfera indigena del pianetuccolo si levò un coro entusiasta: le rane gracidavano, i grilli vibravano, i mannari ululavano, i paranoici deliravano, i poeti versificavano, le lattughe incrementavano, le anguille emigravano. E crepitarono baci. Ma l'effetto più importante di quell'attimo di pausa cosmica si verificò in un luogo collinare chiamato Villa Bacilla, vetusto edificio lattiginoso immerso in un boschetto di castagni, dotato di trecento posti letto, quasi tutti numerati e adibiti alla cura di persone che dovevano morire da parte di altre persone che dovevano a loro volta morire ma ci pensavano un pò meno. Lungo il viale alberato della clinica scendeva un terrestre, l'operaio pneumomartellista Pendolo su una moto Gilera Carnera recante sul manubrio un totem di dodici fari cromati, e sul sellino posteriore sessanta chili di morosa abbarbicata. Accorgendosi di quel silenzio stregato, e della luce romantica che tutto inondava, il terrestre fu colto da subitaneo turbamento e fermò il motomezzo in apposita piazzola. Dopodichè spense i dodicimila watt e si volse verso il suo prezioso carico, l'infermiera Semprini Sofronia, da lui ritirata dopo il turno lavorativo. Colei lo attendeva con la bocca socchiusa in inequivocabile, consapevole approvazione di quella sosta nonchè di ogni eventuale sviluppo o conseguenza. Le loro bocche si unirono, e qui avvenne il nuovo prodigio. Il pneumomartellista Pendolo, a causa delle vibrazioni del suo lavoro aveva i capelli costantemente ritti sul capo e lievemente ritorti, come mollette, o fusilli. L'unico modo di tenerli pettinati era una cazzuolata muratoriale di brillantina marca Paluga Homme la quale, alla terza spalmatura, componeva una banana di consistenza gommosa e di spettacolare lucentezza, un corno di tucano ad alto richiamo sessuale che a ogni bacio si faceva strada nella chioma di sofronia con rumore simile a un crepitio elettrico. Anche la bionda e folta capigliatura della donna era del tutto particolare. La giovanotta la teneva infatti compressa tutto il giorno in una retina, per non indorare cuscini e semolini di degenti. Ma a fine lavoro, la biondità sofronesca esplodeva come un fungo atomico, occupando lo spazio di tre capigliature normali. Solo la lacca Paluga Femme, sprayata in dosi da irrigazione agricola, poteva contenere l'acconciatura nei limiti di un metro cubo, permettendole di entrare in ascensore e di salire sul motorino senza dover portare il cartello "Convoglio speciale". L'incontro tra la superbanana e il fungo, con relativi sughi annessi, diede il via a una reazione tricochimica folgorante. I due gel, unendosi ed eccitandosi per lo sfregamento, iniziarono a bollire e vaporizzare e ben presto sopra il bacio degli amanti prese forma un alone lattescente di venti metri di diametro, con distruzione totale della circostante fascia di ozono. In questo naturale tunnel luminoso si infilò il raggio lunare, triplicando di intensità, ed abbattendosi sui muri di Villa Bacilla, nei pressi della camera ventisei. Qui era ricoverato un ragazzo dagli occhi febbrili e dagli zigomi lustri di sudore, che si accorse del trionfo della luna pur senza vederla, perchè la finestra era visivamente occupata da un castagno secolare. Il fenomeno gli fu segnalato da quello straordinario attimo di sulenzio e dall'ombra che germinò sui muri della stanza. La luce lunare infatti proiettò, dapprima in un angolo, poi sulle pareti fino al un fedele ritratto in bianco e nero della chioma dell'albero. Questo spettacolo si ripeteva, ogni lunazione, per cinque notti e il ragazzo, di nome Elianto, aveva ormai imparato a riconoscere nel pulsare e fibrillare dei chiaroscuri di quell'ombra un evento quanto mai raro: e cioè la comparsa di una mappa nootica. Ansiosamente cercò, nella trama dei territori, nelle venature dei fiumi e nelle spire delle montagne, il punto che cercava. Ormai il silenzio cosmico si stava incrinando, e nella camera tornavano i consueti rumori: frusciare d'acqua nelle tubature, ronzio di condizionatori, lamenti di malati, lontani refrain di autosnodati. Ma questa volta Elianto, sollevando con fatica la testa dal cuscino, le labbra riarse, la schiena dolente, vide con chiarezza il punto cercato, e cioè il punto dove lui si trovava, indispensabile per valutare la direzione, le distanze, e intraprendere il viaggio. In quel momento la tregua cosmica cessò preannunciata da un leggero tremito del bicchiere sul comodino. A milioni di anni-luce la Supernova aveva raso al suolo la galassia, provocando un cataclisma del tutto trascurabile e insignificante. E mentre le stelle nascevano e collassavano e i trapezi dondolavano e le galassie fuggivano rombando, Elianto contemplava l'unione tra le grandi e le piccole fatiche dell'universo. Nella sua solitudine possedeva qualcosa che a pochi è concesso: una mappa nootica, la mappa degli utto Mondi Alterei, e per cinque notti essa sarebbe tornata a disegnarsi sui muri della stanza. Per trovare quella mappa, generazioni di astronomi, alchimisti, negromanti, sciamani, cacciatori di tesori, agenzie di viaggio, siderofili e paragnostici avevano invano speso la loro vita. Per comporla, l'universo si era fermato, la luna aveva catturato il tormento del sole rimandandolo placato, e l'albero aveva prestato i suoi rami secolari, e le foglie adolescenti. Il martellista e l'infermiera avevano unito i loro cuori e le loro lacche. E alla magie contribuiva, sia pure in minima parte, un lampione giallastro dell'illuminazione comunale che teneva dignitosamente il suo posto torturato dai pappataci e profanato da tripodi oltraggi canini. Tutto era stato fatto per lui, per lui solo. Così aguzzò lo sguardo e vide le figure che iniziavano a muoversi.


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