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4.4.09

ospedalizzazione


CERCATE DI NON FINIRE MAI IN OSPEDALE

Descrizione di una “normale” giornata da “paziente”…molto paziente.


Sono ricoverato in un ospedale, nella zona più operosa del nord Italia…

«“Il signore accanto a me naviga nelle proprie feci ... Infermiera, lo venga a controllare”.
Lei risponde…“Sì, ora vengo”…
Passa più di mezz’ora e non viene nessuno a controllare.
Lo vado a cercare e gli ripeto la richiesta.
Lei risponde…“Se aspetta altri cinque minuti viene il mio collega che monta per il turno di notte”.
Allora io preso dalla rabbia esclamo… “Ma il signore sta nelle merda da tempo, sbraita, e si lamenta. Inoltre, la stanza puzza e dobbiamo dormire”…
Così messa alle strette, viene a fare a malincuore la pulizia»


Quella descritta qui sopra è una scena di “ordinaria amministrazione”, essa avviene quotidianamente e ripetutamente sotto gli occhi di molte persone, in diversi ospedali italiani… ma ormai quasi più nessuno vi fa più caso…

Noi di MAVAFFANCULP denunciamo tutto questo con l’intento di esplorare i dispositivi totalizzanti del’istituzione ospedaliera; quei dispositivi relazionali deumanizzanti , caratteristici delle istituzioni totali (carceri, ospedali psichiatrici, manicomi giudiziari, campi di concentramento, istituzioni terminali per anziani) che possono essere attivi anche nell’ospedalizzazione della persona malata e risultare fonte del malessere, umano e professionale, per gli stessi operatori (infermiere professionali, operatori sociali, ecc) che li applicano...

A questa denuncia,ne aggiungiamo un’altra di un nutrito gruppo di lavoratori ospedalieri che ci seguono periodicamente, ed è così che viene fuori un quadro “inquietante” delle strutture sanitarie descritte…
Soprattutto per ciò che riguarda la variabile “tempo”, che in campo medico, ospedaliero e sanitario, - oltre all’urgenza ed alla tempestività d’intervento sul paziente in strutture idonee è anche una variabile riguardante l’ ”attesa”, come dimostrano i dati qui sotto citati:

Tempi d’attesa segnalati per alcune prestazioni diagnostiche


Mammografia, 540 giorni
Ecolordoppler, 420 giorni
Colonscopia con anestesia, 300 giorni
Risonanza magnetica, 270 giorni
Ecocardiogramma, 240 giorni
Ecografia tiroidea, 220 giorni

Tempi d’attesa segnalati per alcune visite specialistiche


Visita oculistica, 630 giorni
Visita senologica, 365 giorni
Visita ortopedica, 300 giorni
Visita fisiatrica, 220 giorni

(fonte: www.cittadinanzattiva.it )

Data la tempistica “biblica” per gli esami clinici che abbiamo testé considerato, è cosa comune che le persone interessate si
indirizzino verso la struttura sanitaria privata e a pagamento che ritengono essere più veloce e più efficiente.
E molto spesso per il 91% dei casi «la scelta è guidata: proposta dall’operatore in modo esplicito (73%) piuttosto che velato: “sarebbe meglio non tardare” (18%)» (2) .
Ma le attese in una istituzione totale qual è l’ospedale sono anche altre, molto spesso più serie e drammatiche, oserei dire nel DNA della struttura stessa e nella forma mentis della maggior parte degli operatori. Anche a partire dal pronto soccorso: ai pazienti in arrivo viene dato un cartellino rosso (codice rosso) se sono in pericolo di vita e devono avere la precedenza sugli altri, oppure giallo, e via via altri codici di pazienti meno urgenti e non in serio pericolo di vita, che dunque possono attendere anche per interminabili ore nella sala d’aspetto del pronto soccorso…



Ecco ora, cosa ha raccontato un paziente intervistato da un nostro collaboratore, in attesa nella struttura di soccorso di un ospedale:


«Gli venne dato il cartellino giallo che significa massima urgenza ma non pericolo di vita, segnalato invece dal cartellino rosso. Per questo motivo un operaio ha atteso un’ora e più nel pronto soccorso, con la falange di un dito amputata, prima di abbandonare lì il pezzo di dito e cambiare ospedale. “Mi hanno lasciato per più di un’ora con dolori lancinanti – ha dichiarato – se osavo chiedere spiegazioni mi trattavano male”»

Mentre, per chi è ricoverato la giornata è scandita in ogni aspetto da lunghe attese: «E’ tutta un’infinita ed estenuante attesa… Aspetti il prelievo, la colazione, la pulizia della stanza e dei bagni, la visita medica, che è l’appuntamento più importante, il pranzo con la visita dei familiari, le visite specialistiche, la cena delle ore sei, e la visita pomeridiana dei familiari, infine l’ora buona per addormentarti…

Questo impegno costante nell’attendere non mi consente di fare nulla… Mi ero portato un libro da leggere, ma non sono riuscito a leggere nemmeno una pagina. Neppure il quotidiano riesco a leggere con la dovuta attenzione. La mente risulta sempre concentrata nell’attesa di un evento successivo. Anche un mio amico, che è stato ricoverato 15 giorni in ospedale, ha vissuto la stessa esperienza»


Il tempo dell’attesa in una struttura ospedaliera è psicologicamente snervante. Perché quel “si metta lì e aspetti” detto da un operatore sanitario (infermiere o medico) sembra un’attesa indefinita, angosciante. Soprattutto se si attendono gli esisti di una visita, di un esame importante che decreta la vita o la morte. Oppure la nascita di un figlio e si sente la propria moglie urlare dietro una porta e non si è deciso di assisterla durante il parto…
Per analogia le lunghe attese sono presenti in qualunque istituzione totalizzante come nei manicomi, nelle carceri e nei campi di concentramento. In queste ultime strutture i nazisti uccidevano simbolicamente due volte le persone, prima una “uccisione psicologica” con le attese e poi quella fisica. Come ebbe a dire un illustre “sopravvissuto” dei campi di concentramento nazisti : “Ad Auschwitz ci ammazzavano con le lunghe e snervanti attese!”…
Eppure l’attesa è un affidarsi ciecamente delle mani di un medico, di un chirurgo, di un infermiere, quasi avessero una sorta di bacchetta magica per farci guarire…”L’uomo è un animale che vive di speranze”…
Ma l’attesa è ormai diventata uno status ospedaliero, una sorta di “malattia cronica” dei nosocomi e il malato non a caso viene chiamato paziente cioè «colui che soffre, dalla radice etimologica di patire, ma è anche chi attende e persevera con tranquillità»
Fare aspettare vuol dire comunque che la struttura ospedaliera e i suoi dipendenti hanno in qualche modo una forma di dominio sul paziente e lui stesso ne viene catturato: trascorre il tempo a pensare che cosa succederà dopo, se qualcosa di buono o di cattivo… Quindi il “paziente”, non ha più «l’autonomia di potersene andare» …”E’ una lotta impari contro il tempo”… “E’ un gioco di controllo, un gioco di potere ,un inganno sull’inganno”…
Così, il tempo di attesa psicologicamente si dilata. La mezz’ora di attesa per un ricovero sembra essere un’eternità: «Devono ricoverarmi per un intervento chirurgico programmato. L’impiegato non mi ha informato di nulla, mi ha detto soltanto: “La chiamo io”. Mi telefona un’amica, le rispondo che sto aspettando da molto, da mezz’ora, forse da un ora… Non riesco a definire più il tempo… Lei osserva che in fondo un’ora non è tanto, e ha ragione… Ma a me sembra tantissimo, tutte le persone al piano terra dell’accettazione passano da un’attesa all’altra… e come zombi attendono il momento per ritornare a vivere»…
E’ incredibile, il tempo in ospedale è un continuo aspettare senza che nessuno dia una qualsivoglia spiegazioni… Ed è così che l’attesa diventa smarrimento, tensione e paura… Paura di esser ancora più malati, soli, abbandonati al proprio destino…”MA QUALE???”



PREFAZIONE… ALLA CONCLUSIONE


Dopo questo post di denuncia, nel quale viene sottolineata una delle tante verità che quotidianamente si ripetono in Italia, vorremmo stemperare un po’ gli animi e le naturali riflessioni suscitate, con un racconto fantasioso…

Quindi, vi consigliamo di leggere con attenzione la simpatica storiella che seguirà, nella speranza che non abbiate mai e poi mai alcun motivo per finire in ospedale…


Ps. Questo post non è stato scritto unicamente per denunciare tutte le incongruenze e le anomalie facenti parte di un mondo difficile e omertoso come quello sanitario…

Ma, vuol essere anche un segnale di ripresa e di speranza per tutti gli operatori sanitari (medici,infermieri,ecc), che si sentono prigionieri e spesso involontari responsabili di un settore della società civile in tremenda difficoltà…

Vogliamo fare un plauso a tutti i “professionisti” che istante per istante dedicano la loro vita professionale e privata, per salvaguardare un’alta vita…

In particolare , la nostra riconoscenza va ad un nostra “AMICA” Sara, che come un angelo si prodiga portando un po’ di luce e di speranza in un mondo di pazienti impazienti... (vedi SINDACO)…

GRAZIE a LEI e GRAZIE a TUTTI VOI…




IL DIFFICILE INTERVENTO … (Liberamente ispirato da momenti di vita quotidiana )


Il Professor Elio, aveva radunato tutta l’équipe…

Laura, Sara, Siria, ecc, erano allineati di fronte al bianco tavolo di marmo …

Schierati come un piccolo esercito “famelico”, pronti ad eseguire ogni minimo ordine…

Quasi, capaci di leggere nel pensiero del loro grande maestro, luminare, visir …

La luce accecante che cadeva dal soffitto faceva scintillare l’acciaio della strumentazione, facendone scaturire riflessi che rimbalzavano sulle lucidissime pareti…

Improvvisamente, i comandi delle bianche apparecchiature, allineate in rigida sequenza lungo le pareti, vennero attivati ed il silenzio fù interrotto dal ticchettio di sommessi ronzii.

La strumentazione venne revisionata e disposta secondo rigide sequenze logiche, che il Professore aveva impartito nel tempo …

Tutto era pronto …

Il paziente venne deposto sul tavolo e l’operazione ebbe finalmente inizio …

I tempi erano scanditi dalla voce forte e solenne di un membro del gruppo d’intervento, lievemente defilato, che traeva moniti ed indicazioni da un voluminoso tomo(libro), un sapiente zibaldone di scienza e affini , sottolineato personalmente dal gran visir …

«Sega!».

«Sega».

«Divaricatore!».

«Divaricatore».

«Pinza!».

«Pinza»…

«Attenti a salvaguardare l’integrità del derma»…

Davanti alla soglia un gruppetto di astanti diviso in due fazioni, forte ognuna di precise e ben strutturate posizioni ideologiche, discuteva se l’intervento dovesse essere supportato dall’uso di elementi chimico-naturali anche presi da altre culture, ovvero basati solo su dettami della Scuola Orientale …

Ma il Barone dell’arte e della scienza mistica, continuava imperterrito l’intervento, senza apporre varianti alla metodologia di microchirurgia non invasiva…

All’interno della sala, da un loculo bianco – tomba e fonte di nuova vita – si levò un sommesso sibilo…

«Sutura!».

«Sutura».

Ore 12:30 precise. Operazione terminata …

Il paziente era pronto…

Mai come in questo caso fù più profetico il detto :”L’intervento è perfettamente riuscito… ma, il paziente è morto”… “morto stecchito”…

Comunque tutto sommato il luminare appare contento e soddisfatto del suo “operato”…Ed urla!!!...

«Sara, metti il pollo in forno … Tra meno di un ora se magna!!!»…








Lupo





Reazioni:

8 commenti esagitati e considerazioni varie:

Anonimo ha detto...

BELLA ITOS...PUNTUALE...EFFICACE...INCISIVO(MA ANCHE CANINO...VEDI POST PRECEDENTE)...
MARTUFALLAH SINDACO DELL'UNIVERSO, E OLTRE...

cecca ha detto...

che mondo ragazzi...

Anonimo ha detto...

solito populismo...

B@rchilson ( Infiltrato Camera*M@n ) ha detto...

BAHH...TUTTO VERO !!! IL SISTEMA SICURAMENTE POTREBBE FUNZIONARE MOOOOOLTO MEGLIO...PERÒ NON CREDO CHE FACCIA TUTTO COSI SCHIFO...DICONO ADDIRITTURA CHE IL SISTEMA ITALIANO SIA UNO DEI MIGLIORI AL MONDO...

Anonimo ha detto...

tutto sommato al nord italia non va' poi così male,ma provate andare da firenze in giu'........auguri

EL POLA ha detto...

io spero di non andarci mai... w il semolino

verdiana ha detto...

in alessandria non ho riscontrato problemi...per prenotare la visita oculistica avrò aspettato al massimo 3 settimane

Jane Lane ha detto...

Conordo con El, spero di non avere mai bisogni di questi incompetenti. Che tristezza.

 
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